Non una recensione

Sul Reddito di Base Universale e Incondizionato (1/4)

Tempo di lettura: circa 7’00”. /// Non una recensione #4 (prima parte). ///

Ciò che più mi irrita, nel dibattito sul Reddito di Base Universale e Incondizionato ‒ sul cui principio si voterà il 5 giugno ‒ è che se ne sta parlando troppo poco e spesso male. Questo mese, ho quindi deciso di inserirmi nel dibattito, non per convincervi di votare in un modo piuttosto che in un altro, ma per provare a fare un po’ di chiarezza.



Sul Reddito di Base Universale e Incondizionato


Prima parte ‒ Seconda parteTerza parteQuarta parte


Quello di questo mese è un Non una recensione un po’ particolare. Invece di parlare di un determinato tema, a partire da libri, film, fumetti o musica, vi parlo di un’idea.

Si tratta dell’idea di istituire un Reddito di Base Universale e Incondizionato. Ma si tratta sopratutto di un’idea che è secondo me importante conoscere. Se non altro perché, come sostiene Jonathan Brun, è «un’idea che deve venir messa in pratica nel XXI secolo, se vogliamo far avanzare la società. Nel XIX secolo abbiamo lottato insieme per il diritto di voto, nel XX abbiamo creato lo Stato Sociale, nel XXI secolo ‒ ne sono convinto ‒ è giunto il momento del Reddito di Base [Universale e] Incondizionato.»

In Svizzera, sull’iscrizione di questo principio nella Costituzione, voteremo il 5 giugno. Immagino quindi che ne abbiate già sentito parlare.

Se ve ne parlo, però, non è per convincervi a votare in un modo piuttosto che in un altro. Il fatto è che mi ha parecchio irritato il modo in cui si è parlato di quest’idea fino a questo momento: troppo poco e spesso male, e non solo nel senso che è stata bollata come una proposta irrealizzabile e nociva da quasi tutti i partiti politici ‒ o come “marxista” da alcuni politici di destra, i quali evidentemente non hanno nemmeno fatto lo sforzo di provare a capire di cosa si stesse parlando. Se ne è parlato male anche nel senso che se ne è parlato in modo superficiale e impreciso, senza andare a fondo della questione. E il fondo della questione, in questo caso, non è altro che il nostro modo di concepire l’aiuto sociale, la ridistribuzione della ricchezza e la dinamicità della nostra economia.


Un’irritazione universale

Una prima cosa che vi può suonare strana è il fatto che, nel mio modo di riferirmi a quest’idea, io abbia aggiunto la parola “universale”, che nella denominazione utilizzata per l’oggetto in votazione non compare. In effetti si tratta di un’idea che ha radici lontane e che nel tempo è stata chiamata in diversi modi. Non essendoci però alcuno Stato al mondo ad averla applicata su scala nazionale, una denominazione definitiva non si è ancora imposta. E anche questo fatto contribuisce senz’altro a creare un po’ confusione.

A seconda delle lingue e delle persone che ne parlano, attualmente ci si può riferire a quest’idea chiamandola Reddito di Base, Reddito di Base Incondizionato o Reddito di Cittadinanza. Nel contesto italofono, si è poi inserito anche Beppe Grillo, che in Italia utilizza l’espressione Reddito di Cittadinanza per parlare di qualcosa che con quest’idea ha poco a che fare. Ma questo è un altro discorso.

Insomma, trovo ci sia davvero poca chiarezza, attorno a questo tema. Così, un po’ come ho fatto con Di cosa parliamo quando parliamo di sicurezza, mi sono sentito in dovere di ridare valore alle parole, in particolare alle quattro parole chiave di cui è composta questa idea ‒ Reddito di Base Universale e Incondizionato ‒ e di tornare quindi a dire la mia su un tema in votazione. D’altra parte, non è un caso che lo slogan di questa mia casa sul web sia “Per chi crede che le parole abbiano ancora qualcosa da dire”. Alle parole ci tengo. Ci tengo che vengano usate bene. E ci tengo che vengano usate le parole necessarie: non una di più, ma nemmeno una di meno.


Semplificare all’estremo un’idea parecchio complessa

Semplificando parecchio, il Reddito di Base Universale e Incondizionato è stato più volte presentato in questo modo: ogni cittadino svizzero, se quest’iniziativa venisse accettata, riceverebbe CHF 2’500.- al mese per non fare nulla. Si tratta di una descrizione decisamente fuorviante, per diversi motivi.

Primo fra tutti, per il fatto che la maggior parte dei cittadini, se venisse accettato il principio di un RBUI, non si accorgerebbe nemmeno di riceverli, questi 2’500.-. Secondariamente, perché si tratta di un’idea che scava davvero molto a fondo nella nostra organizzazione sociale ed economica. Descrivrla in modo così semplicistico, non fa onore né all’idea né a chi ne parla.

Ad ogni modo, gli oppositori a quest’idea, mettono in avanti in particolare due argomenti: prima di tutto, un’idea del genere non sarebbe neanche lontanamente finanziabile, se non con drastici tagli della spesa in praticamente tutti i settori (in Svizzera di parla di 25 miliardi di franchi “nuovi” da trovare); secondariamente, l’adozione di questo sistema sarebbe un disastro per l’economia del Paese, perché nessuno sarebbe più stimolato a lavorare.

Riguardo al finanziamento e alle cifre avanzate, sia per quanto riguarda i soldi da distribuire ai cittadini sia per quanto riguarda quelli “nuovi” da trovare, tornerò a parlare più avanti, nel terzo articolo di questa serie. Ma si tratta in qualche modo di un falso problema, sebbene resti uno degli aspetti centrali da discutere, per l’istituzione di un RBUI, e mi prenderò il tempo di spiegarvi il perché.

Quanto al “nessuno lavorerà più”, prendo spunto da un bel servizio che la RTS ha recentemente dedicato a una sperimentazione di quest’idea, che la Finlandia porterà avanti su larga scala, sebbene limitatamente a una parte della popolazione, a partire dal 2017.


Svizzera e Finlandia

A differenza di quanto si sta facendo in Svizzera, in Finlandia è da anni che si discute seriamente e concretamente di quest’idea. E ora, la maggioranza di destra che governa il Paese ha deciso di portare avanti questo progetto, al fine soprattutto di raccogliere dati sulla sua efficacia e fattibilità, e per eventualmente correggere il tiro, nel caso si decida di estenderla a tutta la popolazione.

Non solo questo test è stato voluto dai partiti di destra, ma è anche sostenuto in particolare da alcuni imprenditori. Anne Kangas è una di questi. Direttrice generale di un’impresa familiare che gestisce alcune case per anziani, afferma nel servizio: «Penso che il Reddito di Base [Universale e] Incondizionato potrebbe aumentare il numero di lavoratori. Le persone sarebbero più motivate a lavorare. E questo permetterebbe di rilanciare la nostra economia.»

Siamo insomma molto lontani dalla realtà di accidia e nullafacenza che dipingono i contrari all’idea di un RBUI, una realtà in cui la gente se ne starebbe tutto il giorno sul divano a non fare nulla. Anche perché il Reddito di Base Universale e Incondizionato è stato pensato non per dare dei soldi ai cittadini per non fare nulla, ma per rimettere in discussione il nostro sistema sociale ed economico, al fine di dinamizzare entrambi.

Ma soprattutto, mi sento di condividere quanto dice nel servizio Erik Korpijärvi, ispettore dell’aviazione civile, solo marginalmente toccato da questo esperimento: «Non sono sicuro che il Reddito di Base Incondizionato sia la soluzione, ma ha il vantaggio di essere un’idea nuova, che non abbiamo ancora provato. La società cambia, bisogna adattarsi. Dobbiamo avere il coraggio di provarci.»


Adattarsi alla realtà sociale ed economica del XXI secolo

Ecco quindi il motivo principale per cui è importante riflettere a questa idea che ha radici lontane, ma che è per molti aspetti davvero innovativa: adattarsi a una società che cambia, a un mercato del lavoro diverso da quello che hanno conosciuto le generazioni precedenti, a delle mutate esigenze dell’economia. È soprattutto di questo che parlerò nel prossimo articolo di questo Non una recensione, venerdì prossimo.

Sono assolutamente convinto, come dice Jonathan Brun, che l’idea di un Reddito di Base Universale e Incondizionato sarà ciò che ci farà avanzare come società nel XXI secolo. Allo stesso tempo, sono anche convinto che provare a imporre un’idea così importante con un’iniziativa popolare sia stato un errore.

Sembra essere di moda, negli ultimi tempi, utilizzare il diritto d’iniziativa per far parlare di un determinato tema o per far pressione sul parlamento o ancora per meri fini elettorali. Ma mi domando se serve. In questo caso, in particolare, il fatto di parlare di un’idea importante ma ancora poco matura, nel contesto svizzero, non ha fatto altro che renderla attaccabile e metterla in cattiva luce.

Anche per questo motivo, quest’idea è stata banalizzata e bistrattata un po’ da tutti. Ma più di ogni altra cosa, mi sembra che non si sia parlato di come quest’idea, se applicata a tutta la società, influirebbe sulla vita delle persone, dei singoli cittadini. È quello che proverò a immaginare nel quarto e ultimo articolo di questo Non una recensione, previsto per venerdì 27 maggio.